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Monthly Archives: July 2012

article for Magazine Cittadino Globale

Translation : Luana Miriti

English Version

<<Archimonico. Affrontare la dimensione sociale dell’architettura>>

Da quando il mio fratellino è nato abbiamo sempre avuto conflitti su tutto. Litigavamo per il nostro canale TV preferito, per ascoltare la musica che ci piace, per andare in bagno o per come dividere il cibo. La prima volta che mio fratello litigò con mio padre, urtò con la gamba contro l’armadio di vetro e si ferì. Questa esperienza “di sangue” ci ricordò quanto la nostra casa fosse piccola, tanto da non permetterci di litigare all’interno.

Le guerre, nella storia, sono sempre state causate dalla competizione per l’accaparramento di risorse naturali come la terra. Nella città dove sono nata [Hong Kong, ndr] c’è sempre stata competizione per lo spazio a causa della grande quantità di migranti cinesi provenienti dalla Cina continentale negli anni Ottanta. Ora mi sono trasferita a Berlino per uno stage. Guadagno molto poco e posso solo permettermi gli alloggi più economici in città. Tuttavia le dimensioni del mio alloggio sono maggiori di quelle di un tipico appartamento pubblico a Hong Kong. Una sera sono andata a cena a casa di un architetto tedesco. Mentre cenavamo in cucina, mi disse che non avrebbe potuto immaginare di vivere in una casa di soli 40 mq. Io invece mi ero resa conto che, sebbene avessi a disposizione una camera di ben 20 mq, ero solita ammucchiare le mie cose in un angolino di appena 6 mq. Non ci avevo mai pensato prima. Ebbene sì, inconsciamente lo spazio cambia il comportamento interiore della gente.

Gli spazi a Hong Kong sono molto limitati. Fortunatamente non ci sono guerre per lo spazio, a Hong Kong. Noi combattiamo per i soldi. Il lievitare dei prezzi delle abitazioni ha trasmesso alla città pessimismo. «Cosa? Ho lavorato duramente per 30 anni ma appena riesco a versare la caparra per un appartamento di 40 mq? Quindi cosa farò nei miei prossimi 30 anni?» La città produce stress, le organizzazioni e i media cercano sempre di opporsi ai costruttori. Ci sono sempre proteste e discussioni sulla pianificazione urbana della città. Alla fine il clima rovente spaventa i progettisti e nessuno ha il coraggio di disegnare nemmeno una linea sulla mappa.

Ho conosciuto un amico italiano, nato a Napoli in un quartiere chiamato Scampia. C’è un famoso complesso residenziale che tutti conoscono come “le Vele”. Viene considerato un luogo orribile. Il lotto si riempì negli anni Ottanta di una gran quantità di persone povere, in seguito a un terremoto. Il distretto si è popolato e gli spazi sono diventati sempre più affollati. E a causa di una cattiva programmazione, nel quartiere mancano le strutture pubbliche. Non ci sono negozi, non c’è il mercato, manca un ospedale. Si vive male e c’è un alto tasso di criminalità.

«È una questione di edilizia che è la chiave della rottura dell’equilibrio sociale oggi.>> Una citazione famosa del grande architetto Le Corbusier, il quale credeva che edifici mal costruiti avessero una cattiva influenza sulla società. lo me ne sono convinta e lo scorso anno sono andata in Cambogia con il progetto IDEA per costruire scuole. Le scuole in Cambogia hanno scarsa ventilazione e mancano di illuminazione. Tutti meritiamo di vivere in un ambiente piacevole e questa è la missione di un architetto. Ma gli architetti stanno facendo un buon lavoro? Guardiamo l’esempio delle Vele di Scampia, che furono costruite negli anni Sessanta, e poi diamo un’occhiata a quello che abbiamo oggi. La mia città è affollata di palazzi simili a bastoncini dove tutti vivono in appartamenti di dimensioni inferiori a quel che servirebbe per una cucina. Non è che gli architetti siano stupidi. È che a volte, la maggior parte delle volte, non hanno nemmeno il potere di disegnare una linea. La linea viene fuori dal confronto tra governo, costruttori, società e individui.

La mia città è ancora intrappolata nel conflitto e non abbiamo ancora visto una sola linea che sia giusta. Eppure, prima ancora di vedere una linea giusta, vedo pur sempre una certa armonia nella nostra società. I ristoranti mettono tavoli e tavolini per strada, sul marciapiede, così la gente si riunisce lì per mangiare. Tutti siamo costretti ad andare in cortile per appendere i vestiti, così abbiamo occasione di conoscere i vicini di casa con grande facilità. Lo spazio è limitato ma la creatività non ha limiti. Per vedere una società armonica serve dare alle persone la possibilità di utilizzare e creare lo spazio liberamente, così come più gli piace.

Le Corbusier è uno dei maggiori teorici dell’architettura del ‘900, promotore della suddivisione delle città moderne in zone funzionali omogenee ovvero zonizzazione. La comparsa di ghetti residenziali e quartieri dormitorio è una delle più gravi conseguenze sociali di quest’approccio urbanistico.

Tratto da Appunti su Le Corbusier in http://doc.studenti.it «Le Corbusier è nato in Svizzera a La Chaux de Fonds nel 1887. Non ha avuto una formazione accademica ma una scuola artistica. Nel 1908, incontra Garnier (il quale stava progettando la città ideale formata da tre settori: residenze, industrie e ospedali). Raccoglie l’idea della divisione della città in zone legate da strade, ferrovie, canali, aeroporti».

Tratto da Vers une architecture, di Le Corbusier, 1923, Édizioni Crès «In tutti i settori dell’industria ci sono stati dei problemi e sono stati creati nuovi strumenti in grado di risolverli. Se si confronta questo col passato, si tratta di una rivoluzione.

Negli edifici abbiamo cominciato a lavorare con pezzi fatti in serie. A causa di nuovi bisogni economici abbiamo creato elementi di dettaglio e elementi d’insieme: risultati di successo sono stati ottenuti nel dettaglio e nell’insieme. Se si confronta questo col passato, si tratta di una rivoluzione nei metodi e nell’ampiezza delle imprese Mentre la storia dell’architettura si evolve lentamente attraverso i secoli in termini di struttura e decorazione, in soli cinquant’anni ferro e cemento hanno operato acquisizioni che sono indicativi di un elevato potere costruttivo e indicano uno sconvolgimento dei codici del’architettura. Se si confronta questo col passato, vediamo che gli “stili” del passato non esistono più per noi e che si è sviluppato uno stile proprio della nostra epoca: è una rivoluzione. Gli spiriti, consciamente o inconsciamente che sia, hanno compreso questi eventi e dei bisogni sono nati, consciamente o inconsciamente che sia.

L’ingranaggio sociale, profondamente perturbato, oscilla tra un miglioramento di rilevanza storica e una catastrofe.

L’istinto primordiale di ogni essere vivente è quello di garantirsi un focolare Ma le diverse classi attive della società non hanno più case adatte, né il lavoratore né l’intellettuale. È una questione di edilizia che è la chiave della rottura dell’equilibrio sociale oggi: architettura o rivoluzione.»

Since I graduated, I tried different things, although they are all aiming the same goal. I write, I build, I draw, I create.

When I were working on a competition with a German architect in Berlin, she shared with me her view on architectural design :
“I think architecture design is like writing an article. A writer expresses himself by words, an architect expresses himself by element. I like writing by walls and doors more, I like expressing myself on where the wall stops, how high the window is.”

Obviously, word is one of the most direct and active tools of expressing emotions and messages. You can shout “I love you” to the people you love. The pastor tells you infinite times “Believe Jesus can give you new life.” The power of word used to be undeniable. However what happens in this information age, we are getting hundreds and thousand of new articles on our “wall” everyday. We started to “scroll” instead of read the words. Our sense is becoming slow. Architects, artists and designers started to search for the power of space, colour and lines. They are powerful too, just sometimes we are unable to control them.

At the last Homeless veggie dinner’s drawing Wawa, I drew the man opposite to me. After I drew the hair and his face line, I found lost how to continue the drawing. Friends sitting around me all said “this already looks like him a lot!”. Finally I decided to give this “finished” drawing to the man. He was super confused finding his eyes and mouth, and stating “this is not me”. Different from writing names, if I write your full name word by word, you have no way to deny it.

I also remembered in the Baptist class we were required to write a piece of sharing. I didn’t write anything at all, but I drew on a little card as my speech note. It is actually because of laziness, but somehow religion and life to me is an action rather than words.